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Io non chiedo che di condurla bene, con autenticità. Una
prova di questo aver diffuso temi e stimoli senza averne raccolto
precise e fedeli risposte, sta non solo nel vedere come si svolge
la problematica religiosa oggi, ma specialmente nel fatto che
per la «religione» non posso citare quei contatti
e quelle influenze che posso indicare per altri tre campi: la
nonviolenza, la scuola, le idee sociali. Nel campo della
nonviolenza, dal 1944 ad oggi, posso dire di aver fatto
più di ogni altro in Italia. Ho approfondito in più
libri gli aspetti teorici, ho organizzato convegni e conversazioni
quasi ininterrottamente, ho lavorato per l'obiezione di coscienza,
ho promosso, attraverso il Centro di Perugia per la nonviolenza,
convegni Oriente-Occidente, la Società vegetariana italiana,
la Marcia della pace da Perugia ad Assisi del 24 settembre
1961, e poi il Movimento nonviolento per la pace e il periodico
Azione nonviolenta che dirigo. Della Consulta italiana per la
pace, una federazione di organizzazioni italiane per la pace sorta
dopo la Marcia di Assisi, sono ancora presidente. Sono, insomma,
riuscito a far dare ampia cittadinanza, nel largo interesse per
la pace, alla tematica nonviolenta. Come teoria e come proposte
di lavoro, la nonviolenza in Italia ha una certa maturità.
E qui, come dicevo, ho avuto più occasioni d'incontro che
con la pura e semplice religione. In fondo, quando sono andato
due volte a Barbiana, a parlare con Don Lorenzo Milani e la
sua scuola, la discussione e l'esposizione non è stata
altro che sulla nonviolenza, per la quale egli mi disse di convenire
con me. Per Danilo Dolci la cosa è stata più complessa.
Sapevo di lui e gli scrissi quando egli fece il suo primo digiuno
a Trappeto, per la morte di una bambina di stenti. Gli dissi che
non aveva il diritto, prima che egli avesse informato sufficientemente
noi tutti della situazione, e lo pregai perciò di sospendere
il digiuno. Così siamo diventati amici e ho sempre seguito
il suo lavoro; ho fatto conoscere a Danilo tutti i miei amici
laici da Calamandrei a Bobbio, e tanti altri (egli era in partenza
cattolico), l'articolazione dell'apertura religiosa e della nonviolenza,
i miei articoli sul piano sociale e sul lavoro dal basso, mediante
centri di educazione degli adulti e di sviluppo sociale. Vi
sono anche due campi nei quali ho lavorato con continuità,
e che qui accenno senza illustrare: quello della libertà
religiosa in Italia, stabilendo collaborazioni con laici, dal
mio punto di vista di libero religioso per cui la libertà
è indispensabile per tutti; e quello della difesa della
scuola pubblica dalla pressione e dall'invasione confessionale,
un campo nel quale promossi un'associazione che ha avuto anni
di buona efficienza, l'A.D.E.S.S.P.I. (Associazione per la difesa
e lo sviluppo della scuola pubblica italiana). Né intendo
qui illustrare il lavoro per i problemi educativi, pedagogici
(con una mia pedagogia diversa da quella umanistico-empirista),
scolastici (con l'iniziativa di una Consulta di professori universitari
di pedagogia), ai quali ho dedicato l'attività dell'insegnamento,
e libri, tra cui i due recenti volumi di Educazione aperta.
[..]
Se
dovessi indicare i punti dove ho espresso la tensione fondamentale,
da cui tutte le altre, del mio animo per l'interesse inesauribile
agli esseri e al loro animo, e perché ad essi sia apprestata
una realtà in cui siano tutti più insieme e tutti
più liberati, segnalerei due righe di un mio libro poetico, Colloquio corale (sulla festa), nel quale ho ripreso accentuando
la compresenza, un modo di esprimermi lirico, già presentato
negli Atti della presenza aperta. Il Colloquio corale (1955) è così poco noto (il libro di cui ho più
copie nel mio magazzino di carte!), ed è invece così espressivo, che non mi oppongo alla tentazione di citare qualche
cosa da esso piuttosto che da altri libri.
La
mia nascita è quando dico un tu.
Mentre aspetto, l'animo già tende.
Andando verso un tu, ho pensato gli universi.
Non intuisco dintorno similitudini pari a quando penso alle
persone.
La casa è un mezzo ad ospitare.
Amo gli oggetti perché posso offrirli.
Importa meno soffrire da questo infinito.
Rientro dalle solitudini serali ad incontrare occhi viventi.
Prima che tu sorridi, ti ho sorriso.
Sto qui a strappare al mondo le persone avversate.
Ardo perché non si credano solo nei limiti.
Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo i
bimbi travolti.
Il giorno sto nelle adunanze, la notte rievoco i singoli.
Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi trovo in
ardenti secreti di anime.
Torno sempre a credere nell'intimo.
Se mi considerano un intruso, la musica mi parla.
Quando apro in buona fede l'animo, il mio volto mi diviene accettabile.
Ringraziando di tutti, mi avvicino infinitamente.
Do familiarità alla vita, se teme di essere sgradita
ospite.
Quando tutto sembra chiuso, dalla mia fedeltà le persone
appaiono come figli.
A un attimo che mi umilio, succede l'eterno.
La mente, visti i limiti della vita, si stupisce della mia costanza
da innamorato.
Soltanto io so che resto, prevedendo le sofferenze.
Ritorno dalle tombe nel novembre, consapevole.
Non posso essere che con un infinito compenso a tutti.
[...]
Aldo Capitini
Perugia,
16 agosto 1968
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